Freewear Academy: l’imprenditorialità come percorso di formazione e di crescita

Una linea di abbigliamento streetwear interamente ideata da adolescenti per adolescenti: è questo l’obiettivo di Freewear Academy, percorso di formazione innovativo, riconosciuto all’interno dell’offerta formativa scolastica dei partecipanti, in fashion design e comunicazione, con un focus specifico sulle culture e sottoculture urbane.

Freewear è finanziato tramite il PON Metro sulla Cultura Tecnica ed è una delle Scuole di Quartiere del Comune di Bologna. È nato nel Quartiere della Bolognina a Bologna da un’idea di Ciofs FP-ER e Baumhaus, in collaborazione con Kilowatt e molte altre realtà, tra cui noi di School Raising, che abbiamo l’onore di progettare con i ragazzi e le ragazze e ospitare sulla nostra piattaforma la campagna crowdfunding (momentaneamente posticipata causa emergenza coronavirus), in vista della quale, nella prima parte del percorso formativo abbiamo organizzato il nostro workshop di progettazione partecipata.

Ci siamo fatti raccontare il progetto da una delle protagoniste di questo interessantissimo percorso che coniuga formazione innovativa, educazione imprenditoriale, creatività, crescita personale: di seguito l’intervista a Sana Dadessi, una delle studentesse che partecipano al progetto.

Buona lettura!

1) Raccontaci Freewear

Il progetto coinvolge circa 40 ragazze e ragazzi di 3 istituti di formazione della città di Bologna: l‘Istituto Professionale Aldrovandi Rubbiani (dove frequento l’indirizzo Moda), l’Istituto Commerciale Rosa Luxemburg, Ciofs FP-ER, Cnos e il Liceo Leonardo da Vinci e d è iniziato a settembre 2019 con una Summer School di una settimana. Non abbiamo iniziato a lavorare subito al progetto: la summer school è servita a conoscerci, a rompere il ghiaccio e a lavorare sul gruppo di lavoro, visto che venivamo da scuole diverse e avremmo dovuto costruire insieme una vera e propria impresa. L’armonia del gruppo di lavoro perciò era fondamentale! Soltanto l’ultimo giorno, quando sono venuti in visita professionisti del mondo della moda e della comunicazione, abbiamo iniziato a ragionare davvero sul progetto e abbiamo presentato le nostre ipotesi di prodotto.

Freewear nasce per creare una linea di moda streetwear pensata da noi adolescenti per gli adolescenti, ispirata al quartiere bolognese della Bolognina. Nonostante molti di noi non abitino neppure a Bologna – io, per esempio, vivo in provincia – la conosciamo tutti molto bene e l’abbiamo scelta perché multietnica e rappresentativa del futuro della città. Per cogliere lo spirito del quartiere, durante la Summer School, lo abbiamo girato in lungo e in largo, facendo interviste a chi lo vive, fotografando disegni, murales, strade e persone: tutto quello che lo caratterizza e che poteva esserci di ispirazione per creare la linea. La palette colori, per esempio, è composta da giallo, rosso, arancione, verde, viola e nero, le tonalità che ci hanno colpito passeggiando per la Bolognina.

 

2) Come procede il progetto? Come vi siete organizzati?

Le attività vere e proprie sono iniziate a ottobre: ogni mese (fino a che non è scoppiata l’emergenza coronavirus) ci siamo incontrati per una giornata (dalle 9 alle 17) per lavorare al progetto. Ci siamo divisi in 3 gruppi, ognuno dei quali ha il compito di lavorare su un ambito del progetto: fashion design, dedicato alla realizzazione dei modelli di abbigliamento di cui faccio parte, comunicazione ed eventi, strategia e sostenibilità economica.

La linea di abbigliamento si chiama b_switch (nome, logo e grafica sono stati realizzati all’interno dei gruppi di lavoro, ndr.) ed è fatta da giovani per i giovani: b sta per Bolognina, switch (dall’inglese to switch, scambiare) indica la particolarità dei nostri campi di abbigliamento, nei quali alcuni pezzi sono scambiabili. Per esempio, le maniche delle felpe possano essere staccate e attaccate su un’altra felpa, magari di colore diverso.

B_switch ruota attorno a due concetti principali: 1) sostenibilità: la moda è il secondo settore che causa inquinamento a livello mondiale; la nostra linea vuole essere rispettosa dell’ambiente e realizzata solo con materiali naturali; 2) inclusività: è una linea pensata per tutti e tutte, a prescindere dall’aspetto fisico e dal genere: è unisex e include tutti e tutte.

 

3) Che differenza c’è tra questa e le normali attività scolastiche?

Quando il progetto è stato presentato a scuola, io sono rimasta subito entusiasta: l’ho visto immediatamente come un’opportunità unica per fare pratica nel campo della moda. Nessuno lo aveva mai fatto prima e ho pensato che fosse un’occasione imperdibile: dopo questi mesi di lavoro, ne sono ancora più convinta. La cosa che mi piace di più è l’enorme creatività che si sprigiona quando lavoriamo, data dal fatto che siamo tanti, ci sono tante idee e tante teste che lavorano per lo stesso obiettivo. Mi piace tantissimo ascoltare i punti di vista degli altri, perché con tanti occhi si vedono più cose e in modi diversi. Ognuno è libero di dire la sua, senza timore di essere giudicato o senza la paura che qualcuno mi dica questo non si può fare. Tutto è possibile, realizzabile, possiamo immaginarci tutto senza paura del giudizio degli altri.

4) Com’è andata durante il lockdown? Che impatto ha avuto sul progetto? 

Purtroppo, il coronavirus ha un po’ rallentato tutto il percorso: a febbraio, quando è scoppiata l’emergenza, abbiamo dovuto interrompere gli incontri: ero disperata, non potevano togliermi Freewear! Durante il lockdown, abbiamo fatto solo colloqui individuali, e qualche meeting online tutti insieme per valutare la situazione. Per fortuna, dovremmo riprendere gli incontri a fine giugno, per organizzare i prossimi step. A settembre 2020 ci sarà la nuova Summer School, durante la quale progetteremo la campagna di crowdfunding, e in autunno contiamo di lanciare la linea.

In questi mesi di stop forzato abbiamo però avuto l’opportunità di proseguire con la ricerca e la formazione: tra fine maggio e inizio giugno abbiamo seguito il format Storie- Moda e dintorni, un ciclo di tre incontri sul tema, appunto, della moda, durante i quali abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con 3 professionisti e imprenditori del settore, che ci hanno dato un quadro di quella che è la situazione oggi e molti preziosi consigli. Uno in particolare lo hanno ripetuto tutti e tre: non mollare mai, continuare  a portare avanti la nostra idea e cercare di trasmetterla agli altri. Io sono convinta che se tutti noi ci impegniamo e raccontiamo a tutti il nostro progetto – io lo faccio di continuo – possiamo farcela!

5) Uno sguardo al futuro: come vedi b_switch tra 5 anni? 

Mi piace sempre sognare in grande e se penso al futuro, vedo un grande successo per b_switch. M’immagino i clienti felici e soddisfatti, che ci supportano e parlano bene del nostro lavoro, della linea e del marchio. Perché no, mi immagino di essere intervistati, magari alla televisione!

Una volta finito il percorso Freewear, vorrei continuare a lavorare alla linea e farla crescere. Se non dovesse andare a buon fine, spero di no, ma non si sa mai, sarei comunque molto contenta: l’aver iniziato il percorso ed essere arrivata a questo punto è già una grande soddisfazione e un’importante momento di crescita personale, durante il quale ho conosciute molte persone e ho raggiunto obiettivi.

Durante il percorso ci sono stati – e ci saranno – alti e bassi, ma questo non mi scoraggia affatto: è un progetto a cui tengo molto, mi emoziona e mi appassiona: per questo lo racconto a tutti e ne parlo in continuazione, non tanto della linea di abbigliamento, ma del messaggio che questa porta con sé.

6) Cosa ti ha insegnato questa esperienza e come la descriveresti in 3 parole .

La prima parola che mi viene in mente è emozionante: non è solo un progetto, è un vero e proprio percorso di crescita personale, oltre a una guida all’interno del mondo della moda. Inoltre, ha rafforzato l’idea che avevo di team, del concetto di lavorare in gruppo: è chiaro che non si può stare simpatici a tutti, ma è importante imparare a convivere per il bene del progetto e condividere idee, ragionare con più teste. Un aspetto che mi piace tantissimo è che all’interno di Freewear ogni singola opinione conta tantissimo e viene presa in considerazione; in questo senso apprezzo molto il fatto che, alla fine di ogni incontro, ognuno può lasciare il proprio feedback su com’è andata la giornata. È uno strumento molto interessante, perché non solo permette di crescere a noi, ma serve anche agli organizzatori, che crescono con noi e cambiano le eventuali cose che non funzionano. In questo modo miglioriamo tutti insieme: è bellissimo vedere come, incontro dopo incontro, tutti i partecipanti crescere insieme. La seconda parola è formazione: Freewear mi ha aiutato ad affrontare la mia timidezza e la difficoltà di parlare in pubblico; mi ha dato la possibilità di conoscere tutto quello che è il mondo imprenditoriale e di stare con persone che la pensano in modo diverso e provano a trovare un punto di incontro. La terza parola è critica: ho sempre avuto problemi a digerire le critiche, ma il progetto mi ha insegnato che, se fatte in modo costruttivo e da persone con esperienza, sono degli stimoli per migliorare.

 

Non non possiamo fare altro che ringraziare Sana e fare a lei e a tutto il gruppo un grande in bocca al lupo. A settembre lavoreremo insieme sulla campagna di crowdfunding, che lanceremo in autunno: seguiteci per rimanere aggiornati!

 

 

 

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Credits: foto di Margherita Caprilli.

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